Le
cosiddette
(falsamente) "malattie"
(in realta' solo
sintomi) sono evidentemente
legate alle fasi di evoluzione (e talora di
involuzione) della specie umana, alle condizioni
lavorative e sociali, alle questioni igieniche ed
ambientali, ai rapporti sessuali tra gli individui, alle
culture di un'epoca e così via.
vedi:
Definizione della parola malattia +
Storia dell'Aids +
L'altra storia dell'Aids +
Hiv
virus inventato
"Il paziente malato di
Aids NON muore a causa del virus
dell'HIV ma
per alterazioni dell'assorbimento intestinale
e
quindi per ipoalimentazione (malNutrizione),
dovuta a una grave
micosi." (By Dott.
Gerhard Orth, Leuthkirch)
Ed alla medicina, alle
successive "scoperte" tecniche e scientifiche, alle
forme di prevenzione e di cura delle principali malattie
delle epoche precedenti. Con una piccola annotazione: le
malattie che sembravano "sconfitte" dalla scienza medica
e farmacologica a volte ritornano (si pensi alla
tubercolosi che si considerava pressoché scomparsa e che
ora sta' riapparendo nel suo sinistro fulgore in ampi
strati della popolazione planetaria)
Ciò detto, in guisa di premessa minima e in qualche
misura apodittica, perché mi sembra di palmare evidenza
(o si pretendono dimostrazioni del tipo: la silicosi ha
colpito e colpisce un certo tipo di lavoratori e non
altri, la brucellosi giunge a chi ha determinati
rapporti stretti con gli animali, la sifilide si è
sviluppata soprattutto in condizioni di scarsa igiene, e
d'incremento della promiscuità sessuale, ecc ?); l'AIDS
è la "malattia" per eccellenza di questa fine millennio,
e forse, di una certa fase della civiltà.
Metto tra
virgolette il termine malattia perché l'AIDS non può
essere considerata in senso stretto una malattia (a
questo riguardo cfr: La Mal'aria, AIDS e società
capitalistica neomoderna, Milano 1992 e, ivi, il
mio scritto, L' AIDS come equivalente generale delle
pesti neomoderne ed accumulazione forzata di medicina)
sebbene, con una pratica e una cultura che si possono
definire riduttive e forse anche terroristiche, i media
dicano o scrivano che il tale o il tal'altro sono morti
di AIDS, ciò è palesemente falso.
Non si muore di AIDS
ma a causa delle malattie, definite come acquisita ma
che in teoria potrebbe essere anche congenita, a
favorire varie malattie sino, specie con il loro
moltiplicarsi, ad esiti letali.
Molti ormai mettono in discussione il fatto che l'HIV
sia effettivamente
un virus e dunque lo chiamano retrovirus, concetto assai più sfumato ed
impalpabile. Altri ne negano addirittura l'esistenza.
Il fatto è che la semplificazione schematica che fa prevalentemente
risalire ad un qualche virus la causa di affezioni e morbi,
semplificazione che da Koch in poi ha riscontrato particolare successo,
ormai lascia molti perlomeno perplessi.
Evidentemente la possibile causa
virale di tutti i morbi risolverebbe molte questioni teoriche ed
ancor più pratiche. Isolato un virus può avere una funzione decisiva: La
redcuctio ad unum. Avvistata ed individuata la causa, unica o
almeno, prevalente, del male, il problema rimane solo quello di di
come estirparla, e naturalmente a ciò deputata sarebbe la Scienza, mentre
la società assolta ad origine.
Palesemente, tutto ciò è falso ed appartiene a ciò che noi
definiamo come l' Utopia del Capitale; sostituire gli uomini con dei
burattini, costruire sempre più protesi, rendere gli individui pressoché
interscambiabili , porre la funzione come determinante la vita, creare una
realtà associativa (la società) continuamente autoriproducentesi e
autogiustificata. Le ipotesi reali, che per altro talora non sono prive di
fondamento, comunque sono segnate da questo surplus ideologico, dalla
volontà più o meno consapevole di semplificare, e dunque di occultare,
problemi assai più complessi.
Le pandemie, e l' AIDS lo è in massimo grado, impongono immediatamente
delle questioni sociali che vanno affrontate.
E' pur vero che, ad esempio,
la massiccia diffusione del cancro (e quindi la ricerca delle sue cause:
ambientali, alimentari, igieniche ecc. ) ha posto delle domande di natura
squisitamente sociale, ma è altresì vero che il suo carattere
prettamente individuale ha potuto celare, o almeno attenuarne quello
sociale. (Va da sé che ogni affezione o malattia, per non parlare della
morte, riveste un carattere comunque individuale, ma la linea di
discrimine, se così si può dire, abitualmente si attesta sul concetto di
infezione e di contagio.
Non c'è chi non veda che, ad esempio, gran parte
delle fratture ossee derivano da condizioni sociali storicamente
determinate - il traffico, in specie automobilistico, il tipo di strutture
abitative, certe pratiche ricreative o sportive ecc. - ma in riferimento
alla condizione e situazione sociale non sempre viene colto
immediatamente. Nei confronti di un fenomeno di contagio, in specie se
massificato, il carattere sociale del morbo si evince senza difficoltà,
anche se spesso in maniera confusa o addirittura misterica.
In questo
senso l' AIDS ha imposto sin dall' inizio della sua rilevazione la sua
natura sociale. Ciò non significa, beninteso, che siano state chiarite
sufficientemente le sue origini e cause, né che si siano evitate
interpretazioni prettamente morali o moralistiche fuorvianti.
Ma quel che
mi interessa qui è notare che , nonostante le falsificazioni o
l'occultamento della cosiddetta scienza medica, nessuno ha potuto negare il
contenuto sociale di questa pandemia.)
Allora, essendo un fenomeno di rilevanza sociale, la prima domanda è
stata. quali ne sono le cause ?
Risposte chiare non sono state offerte, e,
tutto sommato, sarebbe stato difficile offrirle. Ma subito si è
affacciata l'ipotesi virale (HIV), che è evidentemente la più comoda ed
esaustiva. Per virus normalmente si intende un agente infettivo patogeno
di dimensioni submicroscopiche.
La definizione di virus per l' HIV, non
sembra soddisfacente e progressivamente gli "studiosi" hanno
cominciato a parlare di retrovirus, definizione ormai ormai più che
ampiamente accettata. Ma un retrovirus è evidentemente un
virus, ancorchè caratterizzato dalla trascrizione a ritroso dell'RNA in DNA.
Ma,
a parte il fatto che questa trascrizione a ritroso dell'acido ribonucleico
nell'acido desossiribonucleico resta in discussione come codice
genetico prebatorio.
Ma lascio volentieri queste discussioni ai
cosiddetti scienziati.
Il problema che sostanzialmente si è posto con
l'AIDS è stato un altro: quello sociale, come si è detto.
FINE della BUGIA sull'AIDS
Ed il problema
sociale ha almeno tre livelli di lettura e di eventuale interpretazione.
Cerchiamo di
individuarli.
1)
La situazione sociale e storica complessiva.
Ormai
non c'è più nessuno che prescinda dai cosiddetti cofattori, vale a dire
da quegli elementi (igienici, alimentari, sessuali, di rapporti con le
droghe, con l'ambiente ecc) che, pur senza venir ridotti semplicemente al
"terreno morboso" così come è stato storicamente definito, non
di meno intervengono nell'insorgere del morbo e nella sua diffusione.
Alcuni, critici rispetto all'impostazione virale, vedono in uno
(assunzione di droghe) o più "cofattori" la causa essenziale
del morbo.
La questione non è essenziale dal punto di vista in cui mi
situo; essenziale è invece il fatto che tutti, ciascuno a modo suo, da
Montagnier a Duesberg, riconoscano l'importanza decisiva del fattore
ambientale e sociale. A questo punto il ragionamento va sviluppato intorno
alla nostra civiltà e alla sua attuale fase. Le pesti neomoderne stanno
alla fase attuale di civilizzazione esattamente come le pesti storicamente
conosciute stavano a quelle particolari civiltà (e poco importa che
allora le cause dell'infezione venissero attribuite agli ebrei, agli
untori o a qualche altro elemento soggettivo: non erano né sono
spiegazioni più esaurienti di quelle virali rivestendo tutte un carattere
misterico ed allusivo).
Dunque, dando per accettabile che la causa prima
delle malattie è il particolare stadio di sviluppo o di involuzione delle
civiltà, si deve convenire che l'AIDS è esattamente la
"malattia" della civiltà presente.
2)
Le civiltà, oltre che ai rapporti economici politici, sono strettamente
collegate a quelli che genericamente possiamo definire come culturali
(poiché uso un senso ampio in questo concetto vanno inclusi quelli di
scienze, di morale, di religione, di "cultura" in senso stretto
e così via). Per quanto riguarda l'AIDS sono immediatamente percepibili
degli aspetti genericamente culturali.
Esaminiamoli rapidamente. L?influenza della cosiddetta scienza medica è
immediatamente percepibile, e non solo per la generale iatrogenesi di una
buona parte delle malattie contemporanee. Il culto dei vaccini, per
esempio, se relativamente diminuito il numero di virus letali nel breve
periodo (prendiamo come esempio quello portatore della poliomielite, che
mieteva numerose vittime, ovviamente nell'età infantile, tra coloro che
ne venivano colpiti, mentre ora il tasso di mortalità si è nettamente
abbassato; va aggiunto però che è diminuito notevolmente anche il tasso
di infezioni epidemica e che, palesemente, le mutate condizioni igieniche
e sanitarie complessive hanno avuto il loro peso), ha nel contempo ridotto
significativamente il livello delle difese immunitarie e della loro
incapacità di intervento.
E universalmente riconosciuto che esiste, per
quanto riguarda l'Africa uno stretto collegamento tra le vaccinazioni di
massa, portato dalla cultura capitalistico-scientifica occidentale, e
l'espandersi della pandemia di AIDS.
Ma è anche sostenuto da molte parti
ormai che l'uso di certi prodotti come l' AZT, se può ritardare in una
primissima fase l'aggravarsi della condizione morbosa accelera quelle
successive. Infine è evidente, per motivi ideologici ed economici, la
dichiarata sottovalutazione di tutte quelle possibilità curative che
escono dal quadro epistemologico della medicina ufficiale, cioè della
Scienza Medica con le maiuscole.
Ma
anche gli aspetti psicologici e morali, frutto di questa fase della
civiltà e dell'impostazione culturale che ne consegue per superfetazione,
hanno una loro importanza diretta. Facciamo qualche esempio alla rinfusa.
Tranne che per un certo numero minoritario ma apprezzabilissimo, di casi,
spesso viene notato un peggioramento generale delle condizioni in un
soggetto che apprende di essere sieropositivo.
La cultura dell'amicizia
verso la malattia gioca la sua parte (mentre tutti sappiamo che la
malattia in realtà è una forma di difesa dell'organismo viviente), ma
non minore parte vi gioca quella della "irrimediabilità" di
certe malattie, ed infattisi nota altrettanto una precipitazione degli
asprtti patologici in individui che vengono a conoscenza di avere quel che
si dice un "tumore maligno".
Questi sono aspetti culturali, in
senso lato.
Ma
vi sono dei caratteri che attengono soprattutto alla sfera definita morale
e che forse potremmo chiamare meglio come consuetudine ideologica
consolidata. Il caso del'' AIDS è emblematico. Il legame di tipo
soprattutto statistico, tra
l’insorgere dell’affezione e comportamenti anomali (rispetto alla
norma consolidata) o addirittura anomici è stato ripetutamente
evidenziato, e non a torto, ma senza nessun tentativo di modificazione del
quadro epistemologico dato. Tossicofili, omosessuali e libertini sono tra
coloro che vengono sottolineati come soggetti alle cosiddette “categorie
a rischio” (anche gli emofiliaci lo sono, ma, trattandosi di persone in
qualche modo moralmente “incolpevoli”, verso di loro c’è
soprattutto compassione, neanche che il morbo, quale esso sia, si ponga
delle questioni morali o che la pietà altrui sia un efficace strumento
curativo).
Alcune parole vanno dette con chiarezza. Non voglio ripetere
evidenze già espresse in altre sedi: per esempio che il proibizionismo
spinge a comportamenti antigienici e “rischiosi” o che il senso di
riprovazione moral sociale fa sì che certe pratiche vengano condotte
pressoché in clandestinità, con tutto il rischio che ne deriva. Questi
sono fatti di una evidenza cosi palmare che non vale la pena di spenderci
sopra altro tempo per denunciarli; piuttosto bisogna spendere molte
energie per rovesciare certe situazioni. Ma vi è una pena supplementare
che spesso danneggia gravemente il soggetto. Lo descriverei con questa
formula: «Me lo sono voluto io».
Un misto di senso di colpa per aver
trasgredito talune regole della consuetudine morale consolidata, un quantum
di “orgoglio” per essere stati ed essere diversi (molti tossicoflhi,
per esempio, continuano nell’uso ed anzi talvolta lo accrescono, dei
prodotti più abituali ed amati, “tanto ormai...”, così come dei
libertini si dedicano vieppiù al libertinaggio ecc.), nonché un senso di
implacabile impotenza che purtroppo, così alcuni credono, va fatto
risalire all’impossibilità di correggere il passato e le sue
conseguenze.
Ciò determina spossatezza o addirittura sfinimento.
La
determinazione storica e sociale non viene tenuta nel conto dovuto e
necessario, mentre viene esaltata, ancorché in negativo, la cosiddetta
responsabilità individuale, quando è evidente che le nostre
responsabilità si snodano sull’asse accettazione-ribellione, ma sempre
in un contesto che ci viene predato.
Va
infine fatto rilevare l’aspetto semiologico (e molti altri sarebbero
utili, ma mi limito per questioni di tempo/spazio).
Spesso il codice della
malattia è già la malattia stessa. Lo studio dei segni del “malato”
condiziona il malato stesso (ma anche il “sano”, se è per questo).
Nella semiotica il linguaggio del corpo viene ridotto a quasi zero, mentre
assumono importanza tutte le altre forme di linguaggio, che nel malato
sono “malate” giocoforza.
Si assiste così ad una spirale perversa, ad
una falsa dialettica: i segni della malattia sono i segni del malato, che,
a loro volta, evidenziano quelli della malattia ecc. Solo nella rottura
della crosta semiotica data, si possono incontrare avventure diverse, ma
per ohi è dentro quel quadro, e nell’odiosa condizione di infermo o
addirittura di “condannato a morte” questo passaggio è difficilissimo.
Anche la semiotica, partecipe della cultura dominante, è dunque patogena
o almeno estensiva di condizioni patologiche.
3.
Il rapporto che si ha con il proprio corpo, la sua caducità e dunque con
la vita e con la morte. In questo senso l’AIDS risulta esemplare.
Abbiamo già visto come non sia una malattia ma la possibilità di un gran
numero di malattie. Il corpo, già espropriato delle sue capacità
erotiche e creative, si vede così espropriato anche di usare le malattie
come fasi della sua difesa ed eventualmente della sua rigenerazione. Il
corpo diventa così un semplice contenitore, in questo caso di virus,
retrovirus ecc.
Questo fa sì che vi sia una sorta di disprezzo del corpo:
troppo alla mercé di altri e troppo poco (apparentemente) capace di
espressione o addirittura di insurrezione.
D’altra parte, la difesa
della vita meramente biologica, in assenza di una vita globale sostituita
dall’amministrazione sopravvivenziale, rende praticamente insopportabile
anche la sola idea della morte.
Avendo perso il senso del ciclo, avendo
sovrapposto alla prima natura la seconda (il capitale), è al capitale
stesso che si richiedono delle ipotetiche soluzioni. In particolare: alla
scienza medica o alla morale o alla filosofia ecc.
Nel buio di esistenze
perdute si vedono soltanto i fuochi fatui. In questo contesto l’AIDS è
veramente esemplare: riduce tutto e allarga tutto nel contempo, è colpa
quanto amministrazione, è morbo quanto incomprensione del morbo stesso.
Potrebbe essere anche la soluzione finale, per chiudere con
l’apparizione degli uomini su questo pianeta ma non pare essere così;
pare piuttosto che si approntino nuovi cimenti (e nuove pandemie, per
altro) perché la resistenza essenzialmente umana è ancora forte e le
possibilità di liberarsi dal dominio dell’inorganico, dalla società
del capitale, ancora tutte da sviluppare.
Non
ci sono indicazioni da dare, se non quelle che ciascuno sa darsi da solo,
e, soprattutto, in compagnia; «Figliolo, hai peccato da solo o in compagnia ?» «In compagnia
padre». - Maggio-Giugno
1994